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Visto che ci sentiamo un po' tutti in qualche modo legati agli states...

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Visto che ci sentiamo un po' tutti in qualche modo legati agli states...

Messaggio  Ospite il Sab 05 Gen 2013, 19:33

...Riporto qui con piacere, sperando che qualcuno l'apprezzi,
Il diario di viaggio di mio fratello che, nel 2009, ha iniziato, con la sua compagna, il suo "giro del mondo" Partendo proprio da un "non troppo classico" coast to coast.
Il viaggio inizia con la spedizione della sua "Africa Twin" dentro un container da Genova...
Questa è la prima lunga tappa di un viaggio, che sta proseguendo quando ha 1 mesetto libero, che lo porta a lasciare la sua moto nei vari punti considerati la destinazione della tappa.
Non è uno scrittore, solo un appassionato Wink






Diario di viaggio - Coast to coast 2009 - 11.200 km in 27 giorni, 14 stati attraversati.


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Giorno 1 – 27 Agosto 2009
Stati: New York

Primo giorno sul suolo americano, smaltite le 9 ore di volo tanto temute e un po’ di jet-lag ci dedichiamo alla visita della città per eccellenza, perchè è vero che il giro turistico di Manhattan è quanto di più ordinario ci sia, ma è anche vero che la metropoli più famosa del mondo di ordinario non ha proprio un bel niente.
La statua della libertà sembra salutare i fantasmi di coloro che arrivavano via mare con la speranza di una nuova vita nella terra delle opportunità, il nuovo mondo che nei racconti della gente del vecchio continente faceva concorrenza alla terra promessa ma che in realtà nascondeva insidie e delusioni, la prima delle quali poteva manifestarsi non appena superata la tanto agognata statua, alle selezioni della famigerata Ellis Island.
Ma è sulla riva opposta che si mettono i piedi sulla vera Manhattan, quella spaccata in due dalla Broadway Avenue, da percorrere rigorosamente a piedi con il naso rivolto verso l’alto ad osservare i contrasti delle ombre e dei riflessi dei moderni grattacieli tutti in vetro, che si contrappongono agli edifici più antichi tra cui spicca nella sua bellezza gotica Trinity Church con il suo cimitero rimasto immutato da due secoli e oggi utilizzato come giardino pubblico, con le panchine in mezzo alle antiche lapidi, che sembra messo lì a ricordare cosa doveva essere quello scorcio dell’isola in un tempo non così remoto.
Solo pochi isolati più in là si scorge la profonda ferita di Ground Zero, un immenso spazio vuoto che sa di desolazione in mezzo ai palazzi sopravvissuti, in cui si scorge a malapena il cantiere del futuro edificio che ricorderà ai nostri nipoti quello che noi che abbiamo vissuto quei momenti non potremo mai dimenticare.
E poi su, verso la decaduta Times Square, che di giorno mostra tutto il suo degrado ben nascosto dalle luci brillanti della sera, e via sull’Empire State Building, ad osservare dall’alto le cose straordinarie appena toccate con mano.

Giorno 2 – 28 Agosto 2009 New York - Albany
Stati: New York
Km: 200

La giornata inizia con le cattive notizie ricevute dall’agenzia che si occupa di sdoganare la moto, il container è bloccato da un intoppo burocratico, visto il buongiorno non ci saremmo mai aspettati di salire sulla moto da lì a poche ore come invece è capitato grazie alla solerzia della ragazza che si occupava della nostra pratica. Finalmente si parte in sella alla nostra moto sul suolo americano, una sensazione che richiederà parecchi giorni prima che io la riesca a realizzare appieno.
Le strade per allontanarsi da New York sono trafficate come ci si poteva immaginare, ma la compagna indesiderata di questo inizio del viaggio è la pioggia, insistente e noiosa come una vecchia suocera, che ci accompagnerà fino al motel di fine tappa, nei pressi di Albany, dove a riscaldarci e a tirar su il morale ci attendono una bella stanza nuova e pulita e un’ottima cena preparata dalla coppia che gestisce il ristorantino vicino al motel, semplice e pieno di gente nella migliore tradizione della provincia americana.

Giorno 3 – 29 Agosto 2009 Albany – Niagara Falls
Stati: New York
Km: 670

Per non smentire la fama di buone forchette ripetiamo la visita al ristorantino per la colazione, ottima ed abbondante, e partiamo sotto la ormai solita pioggia battente, che presto si trasformerà in un fortissimo temporale che ci bagnerà fino al midollo. Abbandoneremo la pioggia solo in prossimità delle cascate del Niagara, che una bolla di bel tempo ci consentirà di visitare con calma nel pomeriggio.
Inutile descrivere la grandezza di questo spettacolo, una sensazione che coinvolge tutti i sensi e che va provata in prima persona, foto e filmati non possono rendere giustizia a tanta forza della natura.
Ad arricchire ulteriormente quest’esperienza c’è la possibilità di attraversare il confine posto sul ponte prospiciente le cascate, il versante canadese è il più bello perché beneficia della migliore posizione e la sera offre anche una coinvolgente illuminazione multicolore delle cascate, da non perdere assolutamente.
Dopo tanta bellezza si va a nanna in uno squallido motel sul versante americano, incredibilmente fatiscente, ma i prezzi dei locali decenti in questa zona sono per noi inavvicinabili.

Giorno 4 – 30 Agosto 2009 Niagara Falls - Freemont
Stati:New York, Pennsylvania, Ohio, Indiana
Km 630

Il pallido sole che ci sveglia la mattina è solo una mera illusione, dopo nemmeno cinquanta miglia è lì ad attenderci la cara amica pioggia, con temporali di forza inaudita per lo standard europeo alternati a pioggia più lieve, spesso accompagnati da folate di vento che attentano diabolicamente al nostro equilibrio precario.
Attraversati lo scorcio della verde Pennsylvania e buona parte del’Ohio finalmente rivediamo il sole, che ci accompagnerà allo splendido campeggio di Freemont, nel bel mezzo sperduto dell’Indiana. Nemmeno il tempo di fermarci all’ingresso del campeggio e ci raggiunge un ragazzo a bordo del classico mega-pickup e ci confessa di averci seguiti per vedere da vicino la nostra moto, un modello mai importato in america e che lui aveva visto solo sui giornali.
Il lieto fine della giornata richiederebbe un meritato riposo ma l’umidità e la temperatura eccezionalmente rigida per questa stagione trasformano la nostra tenda in un frigorifero. Urgono sacchi a pelo invernali.

Giorno 5 – 31 Agosto 2009 Freemont - Manchester
Stati: Indiana, Illinois, Iowa
Km 650

Stanchi ed infreddoliti riprendiamo il cammino verso ovest, aiutati dal pallido sole che sembra non riuscire a rompere il freddo del mattino e che ci seguirà per tutto il giorno giocando a nascondino tra le nuvole.
Passato il traffico congestionato della tangenziale di Chicago e tirato indietro l’orologio a causa del fuso orario ci lasciamo cullare dalle dolci colline dell’Illinois, affacciandoci di tanto in tanto sulle ordinate cittadine tra cui spicca sicuramente Galena, una perla incastonata nei pendii verde zaffiro.
Complici le temperature ancora basse e la scarsità di campeggi nelle vicinanze approdiamo ad un ottimo motel di Manchester, Iowa, sicuramente il migliore incontrato finora oltre ad essere il più economico, tale da far quasi concorrenza ai campeggi.

Giorno 6 – 1 Settembre 2009 Manchester – Sioux Falls
Stati: Iowa, Minnesota, South Dakota
Km 570

Freschi , riposati e rifocillati da una robusta colazione ci dirigiamo verso la nostra solita meta, il west, sotto un cielo per la prima volta limpido e di un azzurro tenue, non ricordo di averlo mai visto così chiaro in europa.
Il viaggio in sé non offre grandi spunti trattandosi dell’attraversamento delle grandi pianure, eppure anche loro hanno un fascino discreto, sentire il motore ronzare allo stesso ipnotico numero di giri, la strada dritta con dolci saliscendi visibili solo a distanza, l’esercito di nuvole schierate nel cielo che sembrano quasi imitare i milioni di dischi volanti pronti ad invadere la terra di certi film di fantascienza, rendono le centinaia di miglia percorse meno noiose di quello che si potrebbe pensare.
Tappa a Sioux Falls per accamparci nuovamente in un campeggio decoroso lungo la interstate, fare il bucato e comprare i provvidenziali sacchi a pelo invernali, oltre a concederci un delizioso ed economico filetto in una provvidenziale steakhouse.
Il capitolo prezzi costituisce infatti un grande vantaggio degli stati uniti rispetto all’europa, tranne rari casi come i motel di Niagara Falls comunque allineati ai nostri, certo il cambio attuale intorno al dollaro a quaranta per un euro fa la sua parte, comunque qui si mangia con dieci euro a testa e si dorme in motel accoglienti anche con meno di quaranta euro, la benzina per quanto aumentata molto negli ultimi anni costa comunque poco, intorno ai cinquanta centesimi di euro al litro, ed i generi acquistabili nei supermercati sono decisamente più economici che da noi, sia gli alimentari che l’abbigliamento e le scarpe, dai dodici euro per un jeans Wrangler ai dieci euro per un paio di scarpe da jogging dignitose.
Tornati in campeggio veniamo avvicinati da una simpatica coppia di olandesi sopra la cinquantina incuriositi dal nostro modo di viaggiare, lui vulcanologo e docente di vulcanologia e lei geologa, docente all’università di Yale, entrambi in anno sabbatico a zonzo per l’america con un piccolo camper.
Quattro chiacchiere in un idioma misto tra l’inglese e l’italiano, che loro conoscono molto bene per aver vissuto nel nostro paese, e poi a nanna a collaudare il nuovo giaciglio.

Giorno 7 – 2 Settembre 2009 Sioux Falls – Custer
Stati: South Dakota
Km 680

Fuori dalla tenda ci accolgono una temperatura novembrina e un cielo coperto di pessimo auspicio, rassegnati all’ennesima doccia fuori programma ci imbacucchiamo di tutto punto e ci rimettiamo in strada, per fermarci dopo un centinaio di chilometri a fare una pantagruelica colazione.
Incredibilmente il tempo migliora e continuerà a farlo per tutta la giornata, costringendoci finalmente a spogliarci strato dopo strato.
Le grandi pianure sono lì davanti a noi, sempre uguali ma mai monotone, a tenerci compagnia c’è il vento laterale, prima da sud per centinaia di chilometri e poi da nord, quasi a volerci prendere un po’ in giro mentre procediamo con la moto piegata in rettilineo, e ogni volta che un camion a doppio rimorchio ci sorpassa alla velocità di centoquaranta all’ora proviamo una sensazione molto simile agli sberloni dei vecchi film di Bud Spencer e Terence Hill, c’è poco da annoiarsi.
Bisogna infatti smentire la convenzione inculcataci da film e telefilm che gli americani vadano piano, innanzi tutto i limiti sono differenziati in base al tipo di strada, fuori dalle città variano dalle 55 alle 65 fino alle 75 miglia orarie, queste ultime corrispondenti a 120 chilometri all’ora, e tutti viaggiano costantemente a venti chilometri più del limite, probabilmente confidando nelle tolleranze degli autovelox, ma la cosa impressionante è che proprio tutti viaggiano a 140, anche i camion a doppio rimorchio, simili ad un nostro bilico con un altro rimorchio attaccato dietro, oppure i pick-up che trainano i trailers, enormi roulottes a tre assi, che a loro volta trainano un carrello con sopra un fuoristrada da due tonnellate, o ancora i camper, che qui sono autobus che superano i 14 metri, che trainano le auto direttamente con le ruote a terra, con un sistema ingegnoso che mette in funzione freni, servosterzo e luci dell’auto comandati da quelli del camper.
Un altro fuso orario attraversato ed un’altra ora guadagnata, e finalmente si devia dalla interstate e ci si tuffa nel parco nazionale delle Badlands.
Ormai siamo vestiti estivi e le temperature sfiorano i trenta gradi, un panorama lunare si apre dinanzi a noi, aspro e inospitale come il nome lasciava presagire, ma allo stesso tempo bellissimo e attraversato da una strada con un sacco di curve, era ora!
Sorpresa delle sorprese una parte delle strade del parco è sterrata, ci tuffiamo senza remore in una cinquantina di chilometri di pista battuta nel panorama desertico, galleggiando sulla terra sempre oltre i cento all’ora e osservando negli specchietti la nuvola di polvere che ci rincorre, riusciamo anche a divertirci nonostante la moto stracarica.
Rotta quindi verso le Black Hills per accamparci proprio sotto il monumento dedicato a Crazy Horse, a due passi da Custer.

Giorno 8 – 3 Settembre 2009 Custer – Buffalo
Stati: South Dakota, Wyoming
Km: 450

La giornata inizia con la visita alle Black Hills, quelle che da noi si chiamerebbero montagne qui sono colline di duemila metri, un panorama letteralmente immerso nel verde scuro di questi abeti, pinete a perdita d’occhio tagliate da strade curvilinee e divertenti, anche se molto larghe e veloci come usa da queste parti.
Visita d’obbligo al monumento nazionale di Mount Rushmore, che non ha certo per noi lo stesso profondo significato comprensibilmente attribuitogli da chi si sente profondamente americano, ma che comunque rappresenta una notevole opera dello sforzo umano portata a termine con i mezzi a disposizione prima della seconda guerra mondiale, come ottimamente illustrato dal museo attiguo.
Rotta quindi verso le pianure che ci porteranno a Devil’s Tower, un monolite di proporzioni notevoli reso famoso dal primo successo di Spielberg, incontri ravvicinati del terzo tipo.
Incontriamo per la seconda volta dopo le Badlands numerosissimi esemplari di cane della prateria, un simpatico animaletto simile alla nostra marmotta che scava le tane nei prati, e qui non mancano di certo, e si ciba di erba in maniera buffa, tenendo il filo tra le zampine anteriori e consumandolo come lo spaghetto di Lilli e il vagabondo.
Ed eccoci di nuovo sugli interminabili rettilinei della interstate in direzione Buffalo, alle pendici delle Bighorn Mountains che affronteremo domani, sosta in un campeggio carino e pulitissimo come tutti quelli incontrati finora e pieno di cervi e cerbiatti che girano tranquillamente tra le piazzole come se niente fosse.

Giorno 9 – 4 Settembre 2009 Buffalo - Yellowstone
Stati: Wyoming
Km: 460

Partenza di primo mattino a causa della foratura del materassino, con conseguente sveglia all’alba.
Iniziamo subito ad arrampicarci sulle Bighorn Mountains con le consuete velocissime strade che ci portano in un attimo oltre i tremila metri del Powder River Pass, in mezzo a foreste di conifere e laghetti montani di rara bellezza, per passare dal versante occidentale dove la strada si tuffa nel canyon di Ten Sleep dove ogni curva ci regala uno scorcio mozzafiato.
Il pendio declina rapidamente e subito dopo la cittadina da cui il canyon prende il nome si trasforma in una pianura deserta che attraverseremo fino a Cody, la città che ha dato i natali a Buffalo Bill nonché la porta orientale all’agognato Yellowstone National Park.
Un rapido acquisto del materassino nuovo ad un supermercato della catena Wal-Mart e via verso il parco in maniche corte e senza casco,che qui e in molti altri stati degli usa non è obbligatorio, godendoci un po’ di quel bel caldo che certo qui non ci aspettavamo.
Entriamo nel parco e ci aggiudichiamo una piazzola nel campeggio della zona forse più bella, con una fantastica vista sullo Yellowstone Lake.
Come da consiglio del ranger all’ingresso, dopo aver piazzato la tenda, ci rechiamo per la cena al Lake Lodge, un fiabesco edificio completamente in legno sulla riva del lago, e dopo una buona cena ci lasciamo cullare dalle sedie a dondolo nel portico, ammirando la luna piena disegnare una striscia di luce sullo specchio d’acqua, uno di quei momenti semplicemente indescrivibili.
Di ritorno in campeggio accendiamo un bel fuoco di fianco alla tenda e ci lasciamo ipnotizzare dalle fiamme mentre ascoltiamo i suoni della foresta, popolata da una moltitudine di animali di ogni tipo.

Giorno 10 – 5 Settembre 2009 Yellowstone
Stati: Wyoming
Km: 240

Giornata dedicata alla visita del parco, iniziata col materassino nuovo bucato, probabilmente già dalla fabbrica, riparato con una provvidenziale toppa trovata nella confezione, speriamo che tenga.
Come si può descrivere un parco come Yellowstone a chi non lo ha mai visto, non è davvero cosa facile, in un territorio così vasto il cui periplo misura più di trecento chilometri lo sguardo del visitatore è continuamente attirato da boschi, prati, laghi e fiumi di immutata purezza, dato che qui non si tocca niente da oltre un secolo, abitati da tantissimi animali che ormai da generazioni hanno dimenticato quanto possa essere pericoloso l’uomo, ed ecco quindi mandrie di bisonti correre nelle praterie a pochi metri dalle auto dei turisti, o ruzzolarsi nella polvere proprio vicino al parcheggio più affollato, uccelli di ogni forma e colore avvicinarsi alla gente con aria curiosa, o scoiattoli quasi domestici come il nostro vicino di campeggio, che saliva sugli alberi e lanciava a terra piccole pigne che noi raccoglievamo e ammucchiavamo ordinate vicino alla tenda, e che poi veniva a ritirare una ad una per portarsele a casa, fermandosi ogni volta qualche secondo sullo stesso tronco ad osservare questi strani umani che gli raccoglievano il cibo. Un’esperienza impagabile.
Immersi in questa splendida esperienza quasi dimentichiamo che ci troviamo in montagna, ma un bel temporale con tuoni fulmini e grandine ci ricorda subito che le tute antipioggia non si lasciano in campeggio, ne approfittiamo per tornare a ripararci in fretta e furia nel “nostro” lodge, dove rimaniamo qualche ora e nel frattempo ceniamo, poi di ritorno alla tenda facciamo un bel falò per finire di asciugarci e per scaldarci le ossa in previsione di una notte fredda e umida.

Giorno 11 – 6 Settembre 2009 Yellowstone - Jackson
Stati: Wyoming
Km: 240

La notte meno fredda del previsto e il materassino finalmente gonfio ci cullano fino a tarda mattinata, e dopo aver caricato tutto ci avviamo a visitare l’altra parte del parco, quella dove dominano le pozze di acqua sulfurea ed i geyser, tra cui spicca il maggiore, l’Old Faithful, che ci regala un bello spettacolo come da tempo immemore ripete ogni ora e mezza circa.
Rotta verso il Grand Teton National Park, confinante con Yellowstone, una vasta area in parte discendente ed in parte pianeggiante dominata dalla catena montuosa omonima, che costeggiamo avendo l’impressione di attraversare con la nostra moto un’immensa cartolina.
Ai margini del parco approdiamo nella cittadina di Jackson, talmente carina e old style da sembrare il set di un telefilm della serie Everwood , edifici, marciapiedi e portici rigorosamente in legno, con vetrine che di notte si illuminano di mille colori rendendola una piccola Las Vegas del vecchio west.
Nanna in Motel a causa dell’assenza di campeggi che accolgano la nostra tenda, d’altronde questa cittadina è purtroppo diventata molto “in” e la cosa non va d’accordo con lo spirito rustico del campeggio.

Giorno 12 – 7 Settembre 2009 Jackson – Steamboat Springs
Stati: Wyoming - Colorado
Km: 600

L’ultima cosa che ti aspetti in una tappa di trasferimento tra una località sciistica del Wyoming e una del Colorado è di attraversare seicento chilometri di pianure desertiche, che solo leggendo i cartelli della quota all’inizio dei paesi ti rendi conto essere un immenso altopiano oltre i duemila metri sul livello del mare.
Probabilmente la quota elevata è il motivo dell’ incredibile somiglianza del sud del Wyoming con la steppa russa, nonostante la latitudine più prossima all’equatore.
In questo panorama arido e desolato ci ha dato un brivido incrociare con la nostra moderna strada asfaltata da percorrere a 120 chilometri orari l’antico tracciato dell’Oregon Trail, la pista che i nostri bisnonni percorrevano con i loro carri coperti più di un secolo fa, e fa un certo effetto vederne ancora le tracce in mezzo alla steppa desertica, tracce di milioni di persone dirette all’ovest in cerca di un pezzo di terra da coltivare, tracce dei molti che non ce l’hanno fatta e sono morti di fatica e di stenti lontanissimi dalla loro terra d’origine, senza mai poter raggiungere la loro nuova casa.
Giunti a Rock Springs, brutta cittadina nel bel mezzo del nulla, ci dirigiamo verso il Colorado lungo una strada meno trafficata delle solite highways che sulla carta si preannuncia la più breve e diretta verso la nostra destinazione, la steppa diventa deserto e le pianure iniziano a circondarsi di formazioni rocciose di mille sfumature dal rosso al giallo.
La strada è una lingua nera in mezzo al deserto di un marroncino tenue e si snoda sui lievi saliscendi con ampie curve sinuose, quando in corrispondenza del cartello di confine tra il Wyoming e il Colorado finisce l’asfalto a sorpresa, trasformandosi in una pista battuta in mezzo al deserto degna del nord africa.
La pista è buona, compatta e veloce, e presto si insinua in meravigliosi canyon facendoci provare per un attimo la sensazione dei pistoleri erranti in queste lande desolate dei migliori film western, ma sono ormai trascorsi centoventi chilometri dall’ultimo distributore quando raggiungiamo nuovamente l’asfalto e di civiltà non c’è nemmeno l’ombra, la strada continua a danzare in mezzo alle dolci colline del deserto facendoci sperare ogni volta di avvistare una cittadina al di là del crinale.
Solo il nostro angelo custode e la fedele africa twin ci permettono di raggiungere il distributore della cittadina di Maybell dopo duecento chilometri di nulla assoluto.
Guardandoci alle spalle ci sentiamo di consigliare assolutamente questo itinerario per la sua bellezza selvaggia, ricordatevi solo di fare benzina a Rock Springs!
Con la tranquillità del serbatoio pieno ripartiamo da Maybell e dopo aver superato l’anonima Craig, raggiungiamo Steambot Springs, graziosa località sciistica del Colorado, dove ci fermiamo nel bel campeggio poco prima dell’ingresso del paese.

Giorno 13 – 8 Settembre 2009 Steamboat Springs – Castle Rock
Stati: Colorado
Km: 550

La giornata inizia con il maledetto materassino di nuovo sgonfio, si smonta tutto e poi via verso il Rocky Mountain National Park, delizioso come le due cittadine da cui vi si accede, Grand Lake ed Estes Park.
Il parco è in pratica un passo a pagamento, il Millner pass di oltre tremila metri, il paesaggio passa dalla folta vegetazione delle pinete fino a quella scarsissima della vetta, arsa dal vento e dal gelo, e regala panorami mozzafiato ad ogni piè sospinto.
Passiamo il resto della giornata a zonzo per le strade secondarie del Colorado cercando di evitare le highways accerchiati tutto il giorno da nuvole nere minacciose che rendono un po’ grigio il paesaggio altrimenti splendido, e approdiamo a Georgetown con l’intenzione di affrontare domattina il Guanella Pass, purtroppo chiuso per frana.
Decidiamo quindi di aggirare le montagne tirando dritto sulle interstate e avvicinandoci il più possibile a Colorado Springs, dove domattina, meteo permettendo affronteremo l’ascesa al Pikes Peak.

Giorno 14 – 9 Settembre 2009 Castle Rock - Carbondale
Stati: Colorado
Km: 520

Pikes Peak per me significa prima di tutto la corsa in salita più famosa del mondo, nonché una delle tre gare che mi piacerebbe fare almeno una volta prima di appendere il casco al chiodo.
Ma per tutti gli altri è un posto magico con un panorama incredibile, dai 4301 metri della vetta sembra di poter vedere tutto il mondo stando seduti su una nuvola.
La mitica africa twin si è comportata egregiamente nonostante i miei dubbi, dato che i motori a carburatori soffrono moltissimo l’altitudine e alcuni arrivano proprio a fermarsi a causa della carenza di ossigeno che ne provoca una notevole variazione della miscela aria/benzina, ma non la mia splendida moto che ci ha portati in cima senza perdere un colpo, nonostante fosse stracarica e dovesse digerire una non certo appetitosa benzina a 91 ottani.
Qualche foto dalla vetta, una capatina al visitor center e poi via di corsa con le nuvole minacciose che ci regalano un po’ di grandine mentre scendiamo, appena in tempo.
Cripple Creek, antica cittadina di minatori, oggi ospita alcuni casinò ed è stata ristrutturata in un modo oserei dire un po’ kitch, ma nell’insieme è carina, mentre maggior interesse ha destato in noi poco più in là la casa originale del 1878 della pioniera Adeline Hornbeck, una donna forte che ha cresciuto quattro figli da sola in quei tempi duri. La casa è mantenuta nelle stesse condizioni di allora, e fa un certo effetto visitarla, sembra di entrare in un episodio de “La casa nella prateria”.
Dopo qualche altro centinaio di chilometri a zonzo per il Colorado ci avventuriamo sull’Independence pass in direzione Aspen, non aspettandoci di certo di giungere in vetta durante una delle prime nevicate di stagione,ma a quasi quattromila metri succede anche questo.
Verso Aspen il tempo migliora e si fa rivedere il sole, che ci accompagna per le belle curve sino alla località sciistica più famosa d’america, e che a dire il vero ci ha un po’ delusi, sicuramente perde il confonto in quanto a fascino con la già citata Jackson in Wyoming.
Lasciamo quindi Aspen in direzione Carbondale, di male in peggio, la cittadina è bruttina e mal frequentata e decidiamo di tirare innanzi, fermandoci in un campeggio dopo poche miglia.
Fuoco acceso come sempre e poi a nanna, domani ci attende la million dollar highway.

Giorno 15 – 10 Settembre 2009 Carbondale - Silverton
Stati: Colorado
Km: 280

La dimostrazione che in Colorado le cose cambiano in fretta ce l’aveva già data il meteo, ma anche oggi ne abbiamo avuto continue conferme, a poche miglia dalla pessima Carbondale incontriamo Redstone, un paesino adagiato sul fondo valle e affacciato sul White River, talmente carino da poterci ambientare una favola.
Un altro cambiamento repentino lo registriamo appena valicato il passo successivo, trovandoci di fronte ad un immenso altopiano desertico, con altrettanto impressionante escursione termica nell’ordine dei venti gradi in meno di mezz’ora.
Attraversiamo la pianura e approfittiamo di qualche insignificante cittadina per iniziare la ricerca della gomma posteriore ormai ai minimi termini, rivelatasi infruttuosa, speriamo che resista al passo che dovremo affrontare domani, sterrato per decine di chilometri.
Ci dirigiamo quindi verso le montagne, dove ci accoglie Ouray, graziosa cittadina ai piedi del Red River pass, valicato da una strada conosciuta come million dollar highway a causa dei minerali pregiati contenuti nel suo asfalto, ma che merita l’appellativo anche per la bellezza delle sue curve, di tipico stampo alpino, un vero divertimento nonostante la gomma alla frutta, se non fosse per la solita pioggia che ci ricorda di non affrontare le alte quote al pomeriggio, chi conosce un po’ la montagna lo sa bene.
Per fortuna nella valle successiva la pioggia ci abbandona e ci lascia godere le ultime curve veloci prima del magnifico paesino di Silverton, città fantasma fino agli anni novanta oggi recuperata con il turismo, un’incantevole combinazione di edifici originali ristrutturati e trasformati in ristoranti e negozi per i turisti e di edifici ancora da recuperare, che dimostrano tutti i loro cento anni, resi ancor più probanti dalle condizioni meteo di questa piccola valle, dove l’unico mezzo per muoversi d’inverno è la motoslitta. Se vi ci portassero bendati potreste tranquillamente credere di essere in Alaska, complice l’unica strada asfaltata, mentre tutte le altre strade del paese sono ancora sterrate come nel vecchio west.
E degne dell’Alaska sono le temperature, che in queste notti sfiorano già lo zero, ci lasciamo quindi convincere a rinunciare alla tenda per una cabin, un minuscolo bungalow tutto in legno completo di tutti i servizi, bagno, cucinotta, riscaldamento, letto matrimoniale e letto a castello, perfettamente organizzati in quattro metri per quattro.
Cenetta imprevedibilmente piccante in un grazioso locale anni venti e poi a nanna a goderci la confortevole sistemazione.



Giorno 16 – 11 Settembre 2009 Silverton - Moab
Stati: Colorado - Utah
Km: 320

Dopo una buona colazione si parte da Silverton in direzione Telluride, passando per l’Ophir Pass, un valico sterrato dalla salita molto facile e inaspettatamente impegnativo sul versante opposto, specie per una moto stracarica e con passeggero.
Confidando nelle straordinarie doti fuoristradistiche della mai troppo nominata africa twin e nella mia esperienza su questo tipo di fondo tento la discesa in apnea tra le sempre odiate pietre smosse causate da un pendio estremamente franoso, e per giunta separate da profondi solchi provocati dalle piogge, il tutto complicato ulteriormente dalla pendenza in alcuni tratti al limite del ribaltamento.
Missione compiuta, i bei panorami ripagano lo sforzo ma non il rischio, non è mai saggio infilarsi in certe situazioni durante un viaggio di questa portata, un grave danneggiamento della moto o una semplice frattura potrebbero provocare la fine del sogno.
Un sospiro di sollievo e arriviamo a Telluride, ridente località sciistica che occupa uno splendido fondo valle con una sola strada, mentre gli altri tre lati sono abbracciati da altissime montagne su cui si scorgono gli impianti di risalita che a breve verranno rimessi in funzione, viene spontaneo chiedersi quanto possa essere bello questo scorcio di paesaggio con qualche metro di neve.
Una bella strada tutta curve, per quanto veloci come usa da queste parti, ci porta costeggiando il fiume nell’ennesimo e inaspettato altopiano desertico, che dopo parecchi chilometri si insinua prima in larghe vallate contornate da mesas, le famose montagne lunghe e dalle vette pianeggianti, per poi risalirle e ridiscenderle dalla parte opposta sempre con belle curve.
Arriviamo così a scorgere i primi canyons che ci preannunciano il confine tra Colorado e Utah, e sulle alture prima di Moab, dalla foresta di arbusti davanti a noi spuntano una bellissima mamma orsa e i suoi due cuccioli al seguito, che ci attraversano la strada trotterellando lasciandoci a bocca aperta e senza nemmeno il tempo di fermarci ed estrarre la macchina fotografica.
Non è infatti semplice avvistare gli orsi nonostante i parchi ed i campeggi siano pieni di raccomandazioni di non lasciare cibo in giro, a differenza di altri animali citati nei giorni scorsi gli orsi non sono particolarmente socievoli ed è una necessità che rimangano tali, per la loro incolumità e la prosecuzione della specie, pochi anni fa vicinissima al rischio di estinzione.
Sorridenti per l’inaspettato avvistamento ci avviciniamo a Moab con il solito rischio di rimanere senza benzina, per chi sceglie strade secondarie e poco battute come noi è quasi una costante, pur potendo contare sull’ottima autonomia di una moto straordinaria come l’africa twin.
Continuiamo la ricerca della gomma posteriore e alla fine decidiamo di adattarne una di misura diversa, dato che la nostra proprio non si trova, optando per una sconosciuta ed economicissima marca cinese, nel caso dovesse rivelarsi inadeguata avremmo in fondo buttato via pochi dollari.
Approdiamo quindi al bel campeggio di Moab che già conoscevo per esserci stato in un precedente viaggio, quando mi capitò di scoprire quasi per caso, grazie alla segnalazione di altri turisti italiani, quella che è considerata la mecca del fuoristrada, a causa della morfologia del territorio delle canyonlands che sembra fatto su misura per i veicoli 4x4 ed in cui domani noi ci avventureremo in moto.


Giorno 17 – 12 Settembre 2009 Moab - Moab
Stati: Utah
Km: 240

Giornata dedicata alla visita del Canyonlands National Park, un immenso territorio desertico attraversato da profondi canyon scavati nei millenni dal Colorado River, lo stesso che più a sud ha dato origine al Grand Canyon.
Meno famoso ma a mio parere più bello del fratello maggiore, il parco delle Canyonlands è percorso da centinaia di chilometri di piste sterrate e da una cinquantina di chilometri di strade asfaltate, queste ultime concentrate sulle alture dove uniscono diversi punti di osservazione.
Partiamo con la nostra moto alla volta del tracciato più semplice anche se molto spettacolare , dopo una decina di chilometri di asfalto ci tuffiamo nella polvere sui bordi dei canyon, che lasciano intravedere di continuo meravigliosi scorci del fiume, oggi di un verde smeraldo intenso ma che a volte muta fino al marrone scuro a causa delle precipitazioni.
La pista piuttosto semplice, con qualche tratto sabbioso e qualche altro leggermente più sconnesso, in breve ci conduce al punto più famoso di questo parco, lo scenario in cui è stata girata la scena finale di “Thelma e Louise”, da molti erroneamente attribuita al Grand Canyon.
Proseguiamo immersi in un panorama quasi marziano, dominato da terra e rocce di un forte rosso porpora, ed iniziamo l’ascesa, sempre sterrata, verso Island in the sky, il cui nome la dice lunga sulla sua posizione, sul ripido sentiero tagliato nella parete di roccia quasi verticale e dopo una decina di tornanti raggiungiamo il belvedere, che ci presenta la pianura sottostante erosa dai canyon sotto una diversa prospettiva, sembra quasi di osservarla dall’elicottero.
Passiamo quindi alla parte asfaltata per godere della vista dai vari punti di osservazione più elevati, tra cui spiccano il Green River viewpoint e il Dead Horse point, da cui si gode una vista più simile ad un quadro che non ad una immagine reale.
Torniamo quindi a Moab per una bella doccia rilassante alla nostra africa twin, ormai coperta di terra rossa fino ai dolci occhioni tondi, e a ritirare la nuovissima Jeep Wrangler quattromila a benzina che abbiamo noleggiato per domani, con la quale affronteremo il lungo e difficile White Rim Track, non alla portata della nostra moto, specie se in due.

Giorno 18 – 13 Settembre 2009 Moab - Moab
Stati: Utah
Km: (260)

Si parte all’alba con la Jeep per fare il giro completo del parco, un anello di oltre duecento chilometri tutti in fuoristrada, una cosa impensabile per i nostri spazi.
Il tempo è stranamente coperto e durante il giorno lascerà cadere anche qualche goccia, queste sono zone desertiche e piove molto poco, e dai locali la pioggia è percepita come una benedizione, da noi un po’ meno.
Il panorama che ci si presenta dinanzi è simile a quello di ieri ma con proporzioni che non immaginavamo, un territorio vastissimo totalmente scavato dal fiume, che ha originato centinaia di canyon di ogni forma e dimensione.
Il percorso alterna tratti veloci e con fondo sabbioso, specie in prossimità dei corsi d’acqua rigorosamente asciutti che si formano solo durante le maggiori precipitazioni, a tratti con fondo roccioso molto tecnici da prima ridotta.
I canyon sono un campionario di tutti i rossi che si conoscano, con migliaia di sfumature e con l’inaspettata presenza di cristalli di sale, presenti in grande quantità come residui di prosciugamento di un antico mare interno, poi sepolti dai sedimenti divenuti roccia ed infine riemersi a causa dell’erosione del fiume.
Impossibile descrivere un’intera giornata di continui cambiamenti di scenario, il tracciato permette di osservare il panorama dal bordo dei canyon per poi addentrarvisi fino alla riva del fiume, e successivamente risalire sul bordo, andando spesso a salire ulteriormente sulle mesas circostanti e mostrando scenari da cartolina.
Stanchi e soddisfatti riportiamo la Jeep al noleggiatore, e andiamo a farci spellare, per la prima volta a dire il vero, da un ristorante proprio vicino al campeggio, cibo mediocre e conto salatissimo, a volte capita anche qua.

Giorno 19 – 14 Settembre 2009 Moab – Tuba City
Stati: Utah - Arizona
Km: 510

Sveglia all’alba anche oggi, colpa della pioggia che ci toglie il piacere del sonno mattutino, evidentemente siamo capitati proprio nella stagione autunnale anticipata.
Si smonta tutto prima che si bagni sul serio e si parte alla volta del vicino Arches National Park, che visitiamo un po’ alla svelta per cercare di sfuggire alla perturbazione.
Il parco è bello e le tipiche formazioni di roccia ad arco che gli danno il nome hanno un fascino elegante, però di fronte a tanta prepotenza della natura vista nei giorni scorsi forse non riusciamo a percepirne per intero la bellezza, sicuramente anche a causa del cielo nero.
Consiglierei vivamente di visitarlo prima del Canyonlands, penso sia l’ordine migliore per apprezzare appieno entrambi.
Via quindi verso sud cercando di lasciarci le nuvole alle spalle, cosa che non ci riuscirà dato che capiteremo nel deserto della Monument Valley in uno dei dodici giorni di pioggia all’anno, secondo le stime di un simpatico Navajo titolare di una bancarella di manufatti dei nativi americani, da cui acquistiamo qualche oggetto caratteristico.
Passato il temporale ci tuffiamo nel percorso sterrato all’interno della valle, passando proprio sotto la base delle bizzarre formazioni rocciose che tutti conosciamo grazie ai numerosissimi film western a cui hanno fatto da scenografia.
Il panorama è fantastico, un deserto di terra rossa da cui nascono come piante enormi massi di mille forme diverse, modellati da millenni di vento che ne trascina ovunque la polvere, formando un velo simile al fondotinta sopra ogni cosa.
E’ appena metà del pomeriggio e decidiamo di avviarci verso il Grand Canyon che ci attende per domani, percorriamo altri centocinquanta chilometri senza infamia e senza lode nelle pianure del Colorado Plateau e dopo aver attraversato qualche brutta cittadina ci fermiamo in un posto tenda nel parcheggio di un Motel al completo, non è il massimo ma ci accontentiamo.

Giorno 20 – 15 Settembre 2009 Tuba City - Kingman
Stati: Arizona
Km: 470

L’Arizona ci regala una nuova sveglia indesiderata, il raduno di decine di corvi sul nostro albero che gracchiando rumorosamente bersagliano la nostra tenda con escrementi degni della loro stazza, almeno quattro volte quella del corvo europeo, quello che si dice un risveglio di merda.
Smontiamo tutto e teniamo da parte sul bauletto il telo esterno della tenda, che laveremo in un autolavaggio self service sotto lo sguardo incuriosito degli altri utenti.
Di nuovo on the road verso il Grand Canyon, che raggiungeremo a breve, non prima di esserci fermati ad un’altra bancarella Navajo per comprare un po’ di regalini per la famiglia.
Il Grand Canyon è semplicemente indescrivibile, bisogna vederlo con i propri occhi, non c’è foto o filmato che tenga, la proporzione di questa voragine è un qualcosa di inimmaginabile per noi europei ed il cambiamento repentino di panorama dalle sinuose e verdi colline circostanti al rosso desertico del canyon è una cosa che va provata di persona.
E’ piacevole gironzolare per il parco danzando con la moto per le belle curve e fermarsi di tanto in tanto ad osservare dalle diverse prospettive offerte dai numerosi balconi affacciati sull’abisso.
Lasciamo quindi il parco più famoso d’america diretti a Williams, dove svolteremo sulla mitica route 66 per seguirne le tracce, tra vecchi edifici più o meno ristrutturati e infinite pianure che somigliano a molte altre, ma se avete letto Furore di John Steinbeck,a mio parere il miglior romanzo on the road mai scritto, non potrete non pensare alla migrazione dei disperati durante la grande depressione del 29, diretti ad ovest proprio su questa strada in cerca di un po’ di lavoro per togliersi la fame.
La nostra 66 oggi ci porta a Kingman, dove ci arrendiamo alla mancanza di campeggi approdando in un economicissimo motel.
Domani rotta verso la luccicante Las Vegas.

Giorno 21 – 16 Settembre 2009 Kingman – Las Vegas
Stati: Arizona - Nevada
Km: 330

Ripartiamo da Kingman e inaspettatamente la 66 si trasforma in una splendida strada tutta curve, sul valico tanto temuto dagli emigranti di ottant’anni fa, quello delle Black Mountains.
Proprio alle pendici del valico incontriamo una graziosissima pompa di benzina d’epoca, ristrutturata ed adibita a negozio di souvenirs per turisti davvero molto carino, e nel piazzale antistante facciamo la gradita conoscenza di un esemplare di road runner, il mitico beep beep di Willy il Coyote.
Ci inerpichiamo quindi per il valico godendoci le belle curve e appena giunti sul versante opposto incontriamo dei bellissimi asini in libertà, che poi scopriremo essere i discendenti degli animali utilizzati nelle miniere d’oro un secolo orsono, a loro volta liberati sulle colline quando le miniere si esaurirono.
Poche curve dopo il simpatico incontro approdiamo nella meravigliosa cittadina di Oatman, il miglior esempio di autentica località del vecchio west finora incontrata, restaurata con gusto e dall’impatto piacevole nonostante i soliti negozi di souvenir, e resa ancor più particolare da spettacoli di pistoleri in costume per l’unica via della microscopica cittadina e dai simpatici asini che di tanto in tanto si recano in paese per farsi viziare dai turisti, salvo poi ritornare sulle colline dove vivono in totale libertà.
E’ senz’altro questa la parte più bella della 66 in arizona, che con altre belle curve e saliscendi ci accompagna fino alla noiosa interstate, che lasceremo poco dopo per una altrettanto noiosa highway diretta a Las Vegas.
Una rapida visita alla Hoover Dam, la diga nei pressi di Las Vegas che fornisce acqua ed elettricità a mezzo west e che ha creato un azzurrissimo lago di notevoli proporzioni proprio in mezzo al deserto, e poi dritti a Las Vegas, dove ci fermiamo in un grande albergo casinò, il Circus Circus, spendendo l’equivalente di venticinque euro, grazie alla libera concorrenza che questi grandi locali si fanno per accaparrarsi i clienti da spennare sui tavoli da gioco.
Serata dedicata agli spettacoli offerti sulla Strip dai vari locali, tra i giochi d’acqua del Bellagio e le battaglie navali di Tresure Island, le eruzioni vulcaniche del Mirage e la Tour Eiffel di Paris, per finire allo strabiliante Venetian da cui ci siamo lasciati catturare, una passeggiata al suo interno lascia a bocca aperta per le proporzioni, le gondole ed i gondolieri trasportati dentro e fuori dal locale tra canali e ponti a dimensione naturale, il cielo talmente finto da sembrare vero, insomma una Venezia nemmeno tanto in miniatura dentro un enorme casinò, da vedere assolutamente.
Abbagliati da cotanti specchi per le allodole ce ne andiamo a dormire senza cedere alle lusinghe del gioco d’azzardo, che proprio non fa per noi.

Giorno 22 – 17 Settembre 2009 Las Vegas – Lone Pine
Stati: Arizona - California
Km: 470

Via da Las Vegas per la giornata più incandescente del viaggio, quattrocento chilometri di deserto buona parte nella Death Valley, una cinquantina dei quali in fuoristrada, insieme al buon Paul, un ragazzo americano a bordo di una fiammante BMW 1200 GS conosciuto proprio all’ingresso del parco con cui abbiamo piacevolmente trascorso tutta la rovente giornata.
La valle della morte è un inferno affascinante, duro e inospitale come pochi altri posti sul nostro pianeta, caldo e secco come il forno di una pizzeria eppure di una bellezza coinvolgente, che incute timore e rispetto.
Il tratto fuoristrada apparentemente semplice, con temperature nell’ordine dei cinquanta gradi centigradi si fa probante, anche a causa del grande carico della moto e del fondo a tratti sabbioso che attenta al nostro equilibrio e pare volerci annoverare beffardamente nel girone dei motociclisti escoriati.
Superiamo la prova e appena tornati sull’asfalto ci lanciamo verso Dante’s View, il punto di osservazione più panoramico del parco, posto sulla dorsale montuosa al centro della vallata, la vista è quanto di meno terrestre abbia mai visto, pare impossibile che qualsiasi forma di vita possa sopravvivere in un posto come questo, sensazione confermata dal caldo insopportabile che ci assale appena tornati a valle, alcuni metri sotto il livello del mare, dove registriamo la temperatura di 121 gradi Farenheit, i cinquanta gradi di cui sopra.
Sosta al visitor center e al vicino general store, dove acquistiamo acqua e liquidi vari per un esercito, e poi una rapida fuga verso l’estremo opposto del parco, che ci spara da zero a millecinquecento metri con un rettilineo infinito in forte pendenza, per poi lasciarci precipitare altrettanto rapidamente verso la vallata successiva.
Una lunga sosta alla vana ricerca dell’albero originale protagonista della foto del mitico album “The Joshua Tree” degli U2, gruppo preferito di Paul, e raggiungiamo Lone Pine a buio inoltrato.
La ricerca di un rifugio per la notte di porta ad un campeggio dove, vista l’ora tarda, alloggiamo in una casa mobile molto bella e grande che dividiamo col nostro nuovo amico Paul, non prima di una bella cena e quattro risate in compagnia.
Questo genere di incontri con persone affini e sconosciute con cui dividere un pezzo di strada è una delle cose che amo di più del mototurismo.

Giorno 23 – 18 Settembre 2009 Lone Pine - Visalia
Stati: California
Km: 660

Paul ci trascina nella continuazione della ricerca del maledetto albero, che non troveremo.
Verso mezzogiorno riprendiamo quindi il nostro itinerario, sempre in compagnia di Paul che va nella stessa direzione, e dopo un centinaio di chilometri di pianura secca e calda passiamo le montagne con un bellissimo passo che la Lake Isabella ci porta a Glennville, migliaia di curve del tutto simili a quelle europee, un tracciato talmente guidato da far girare la testa, dopo novemila chilometri di rettilinei la cosa ci sorprende non poco.
L’enorme vallata dalla parte opposta delle montagne, chiamata “the valley” dai californiani, ha un clima simile alla Death Valley, registriamo 41 gradi nel pomeriggio, ma grazie alla presenza di acqua,in gran parte fornita dalla Hoover Dam che abbiamo visitato l’altro ieri, è coltivata a frutteti, in prevalenza aranceti ma anche vigne e meleti.
Ci fermiamo a Visalia a cenare con Paul per poi salutarlo e ci inoltriamo nel Sequoia National Park alla ricerca di un campeggio nel parco,che vista l’ora tarda visiteremo domani. La strada che si inerpica verso i duemila metri del parco è fantastica , una curva dietro l’altra come i nostri passi alpini, ci divertiamo molto nonostante la moto carica e lo slalom tra gli impediti americani, che le curve proprio non le conoscono.
Ahimè però i campeggi del parco sono al completo, è venerdì sera e i californiani scappano dalla calda valle a prendere un po’ di fresco, decidiamo quindi di uscire dal parco alla ricerca di una sistemazione e ci infiliamo in una strada di oltre cento chilometri, che per noi sarebbero una formalità se fossero le solite strade dritte, piena di curve da seconda e terza marcia senza nemmeno un rettilineo, ormai a notte fonda ed in mezzo al nulla.
Dopo oltre due ore di guida nella notte torniamo a Visalia, la strada che abbiamo fatto era in sostanza un anello di più di duecento chilometri tutte curve e approdiamo in un motel per un po’ di mertitato riposo.

Giorno 24 – 19 Settembre 2009 Visalia – Yosemite NP
Stati: California
Km: 480

Ripartiamo quindi al mattino presto da Visalia e ripetiamo la bellissima strada del parco, che ci godiamo di più perché riposati, e finalmente visitiamo con calma le sequoie, gli alberi più grandi del mondo, che impressionano per le dimensioni ma anche per l’età di oltre duemila anni, pensare che erano già lì ai tempi di Gesù ci fa un certo effetto.
Lasciamo quindi il parco in direzione Fresno, brutta cittadina dove pranziamo e da cui ci dirigiamo verso Yosemite, il secondo parco americano in ordine di grandezza.
Yosemite National Park è bellissimo, con le sue foreste di sequoie, le strade manco a dirlo tutte curve e la vallata centrale, lunga e stretta, solcata da un piccolo azzurrissimo fiume in cui molti si bagnano e contornata da pareti verticali di roccia tra cui spicca El Capitan, uno dei siti più famosi al mondo tra chi si dedica all’arrampicata.
Montiamo la tenda nell’ultimo posto disponibile in un campeggio periferico alla vallata ormai piena e scendiamo a goderci la serata in valle, gironzolando intorno al fiume e facendo la conoscenza di decine di scoiattoli talmente abituati all’uomo da salirti sulla mano per annusarla in cerca di cibo.
Ceniamo nel bel Yosemite Lodge mentre i nostri panni si lavano nella provvidenziale lavanderia a gettoni e torniamo al nostro campeggio per la nanna.

Giorno 25 – 20 Settembre 2009 Yosemite - Yosemite
Stati: California
Km: 175

Giornata dedicata alla visita del parco ed a un po’ di relax, torniamo nella splendida valle a trovare i nostri amici scoiattoli, stavolta armati di un vasetto di noccioline, rigorosamente non salate.
In men che non si dica ci troviamo circondati da decine di piccoli amici, tra cui un’anatra, un paio di uccellini di un bel colore blu elettrico, altri simpatici pennuti meno colorati ma altrettanto famelici e un paio di corvi, oltre naturalmente agli scoiattoli.
Un po’ di relax con i nostri amichetti e poi qualche giro per il parco alla ricerca delle cascate, asciutte in questa stagione, e di qualche scorcio di paesaggio da goderci in tutta tranquillità.
A minare il relax della giornata ci si mette la trasmissione finale della moto, che diventa sempre più rumorosa e ci mette un po’ di ansia, speriamo che ci porti in fondo alla nostra avventura senza problemi.
Verso sera facciamo un po’ di spesa e poi torniamo al campeggio a fare un barbecue, e dopo una bella serata davanti al fuoco si va a nanna, domani rotta verso San Francisco, dove raggiungeremo finalmente l’altra costa.

Giorno 26 – 21 Settembre 2009 Yosemite - Marina
Stati: California
Km: 470

La bella strada che attraversa l’uscita nord del parco ci guida tra dolci curve in costante declivio fino ad un caratteristico ristorante che scorgiamo all’ultimo momento in mezzo ad una interminabile distesa di conifere, e dove non manchiamo di fermarci per una robusta colazione come usa qui.
Ci siamo infatti rapidamente adeguati alle abitudini alimentari locali, con colazioni a base di uova, pancetta, patate, prosciutto e salsiccia, dei veri pranzi completi da consumarsi in tarda mattinata, in sostanza abbiamo sempre fatto due pasti al giorno, la colazione e la cena, che qui si consuma a partire dalle sei del pomeriggio.
Proseguiamo quindi verso valle registrando un costante aumento della temperatura, tra colline brulle di un tipico color marrone dato dall’erba totalmente arsa dalla mancanza di acqua, pare che qui la stagione della siccità sia lunga.
Approdiamo quindi a San Francisco dopo circa trecento chilometri di grande calura, e ci facciamo sorprendere in maniche corte dalla temperatura autunnale della baia, dove siamo accolti da una fitta nebbia che qui è di casa.
Uno squarcio di sole ci permette di visitare il famoso Fisherman’s Warf, l’antico molo dei pescatori ora trasformato in polo di attrazione turistica con centinaia di negozi inseriti nei vecchi locali, un colorato e piacevole mix di antico e moderno che attrae gente in massa, grazie anche alla presenza di migliaia di elefanti marini distesi a riposare sulle chiatte disposte appositamente per loro proprio di fronte al molo.
Ci intratteniamo a lungo ad osservare questi simpatici animali che litigano rumorosamente per accaparrarsi un posto al sole e che quando riescono a trovare un minimo di spazio si abbandonano nelle posizioni più buffe e disparate al meritato riposo, e ci avviamo quindi verso sud zigzagando per i tipici saliscendi resi famosi dalle migliaia di film e telefilm ambientati su queste caratteristiche strade dalla pendenza quantomeno inconsueta.
Purtroppo l’ultima compagna del nostro viaggio sarà la nebbia, provocata dalla differenza di temperatura tra il freddo oceano e l’aria calda dell’entroterra, che ci occulterà gli altrimenti magnifici panorami della costa a sud di San Francisco, insospettabilmente selvaggia e disabitata per centinaia di chilometri.
Stanchi ed infreddoliti ci fermiamo in un motel poco a nord di Monterey, dove accendiamo il riscaldamento pensando al mostruoso cambio di temperatura che abbiamo dovuto sopportare nel giro di pochi giorni.

Giorno 27 – 22 Settembre 2009 Marina – San Luis Obispo
Stati: California
Km: 280

Ripartiamo per l’ultima tappa,ma presto ci fermiamo a far controllare la catena da un meccanico di moto di Monterey, che ci conferma l’avvenuto decesso, augurandoci buona fortuna per gli ultimi duecento chilometri ancora da percorrere.
Proseguiamo sulla highway one nella solita nebbia cercando di sollecitare il meno possibile la povera catena defunta, attraversando la bella Big Sur, paradiso dei surfisti conosciuto in tutto il mondo, e ci dirigiamo verso la casa del nostro amico Blair, che ci presterà un pezzo del suo garage per custodire la moto fino al prossimo viaggio, che da qui avrà inizio.

Il nostro coast to coast finisce qui, dopo undicimiladuecento chilometri in ventisei giorni, dal freddo e piovoso est al nebbioso ovest, passando per la neve del Colorado e per il caldo infernale della Death Valley, alternando deserti a montagne altissime, emozioni e stati d’animo che solo un grande paese pieno di contrasti come questo può regalarti, e che un semplice diario di viaggio non pretende di poter descrivere appieno.







































Ultima modifica di S E R G I O il Sab 05 Gen 2013, 20:32, modificato 1 volta

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Re: Visto che ci sentiamo un po' tutti in qualche modo legati agli states...

Messaggio  Ospite il Sab 05 Gen 2013, 19:39

dopo aggiungo qualche foto Wink

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Messaggio  Sciagura il Sab 05 Gen 2013, 19:58

Ora me lo leggo tutto d'un fiato!
Grandissima iniziativa!!!!
Fai a tuo fratello i miei più sentiti auguri e complimenti!!!!
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Messaggio  Sciagura il Sab 05 Gen 2013, 20:07

Sergio, non ho capito una cosa ma la moto è ferma nel garage dell'amico da 3 anni e sei mesi o c'e' un seguito ancora da postare?
Detto tra noi...mi piace lo stile di tuo fratello! Secondo me scrive bene...
Chiaro, coinvolgente e particolareggiato il giusto!....
Ancora, Ancora!..... bavetta
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Messaggio  Ospite il Sab 05 Gen 2013, 20:20

E' tornato nel 2011 per fare bene la costa ovest, altri 25 giorni e l'hai poi riposta sempre dal suo amico. Ques'anno torna e parte per fare yucatan e mexico Smile

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Messaggio  Sciagura il Sab 05 Gen 2013, 20:22

Veramante un gigante!!!!
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Messaggio  Webby il Dom 06 Gen 2013, 00:48


Ke sogno...girare gli States con la propria moto !!!

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Messaggio  Damiano il Dom 06 Gen 2013, 01:32

Da motociclista al 17° anno di attività,non posso fare altro che essere contento x lui e sperare che un giorno... Rolling Eyes perf10
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Messaggio  RUBIROBY il Dom 06 Gen 2013, 07:12

Da leggere con calma ed attenzione, credo ci voglia carattere oltre a vera passione; bravo lui/loro e a te grazie per il topic

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Messaggio  Claudio C. il Dom 06 Gen 2013, 11:11

Bellissimo...testimonianza ad hoc di un vero appassionato.
Lettura veramente piacevole che ti fà a poco a poco assaporare il fantastico viaggio che deve essere stato.
Fagli i migliori complimenti. 3si bravo
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Messaggio  Giovanni. il Dom 06 Gen 2013, 12:58

Un vero centauro claps2 claps2 claps2
Tanti complimenti anche da parte mia. È poi la moto? Africa Twin,trattore indistruttibile. perf10
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Messaggio  RUBIROBY il Dom 06 Gen 2013, 20:47

Oggi ho visto alla trasmissione "alle falde del kilimangiaro una ragazza che si e'fatta un un paio d'anni in solitaria con la moto, se ti interessa ha un blog "io parto"

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Messaggio  Ospite il Dom 06 Gen 2013, 21:15

Lo conosco Roby, diciamo che questo esula un po' dai sensazionalismi di alcuni, è un semplice diario ad uso personale di uno che di definisce un semplice mototurista Smile

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Messaggio  Valex il Dom 06 Gen 2013, 21:21

Sono arrivato a Moab ... seguendo il percorso su Google Map per ogni città citata Very Happy
Che dire ... l' avventura che tutti vorrebbero fare bavetta ... e so che dopo Moab inizia il bello bavetta bavetta Very Happy
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